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Napoli Centrale – Napoli Centrale (1975)

Written by on 19 luglio 2017

Era il 1975 e il Rock Progressivo Italiano inesorabilmente si stava trasformando.
A causa di una sempre maggiore richiesta di impegno sociale, da parte dell’opinione pubblica, molte bands della prima ora si erano sciolte o addirittura riconvertite, sotto i colpi di una stridente situazione politico-economica.

In più, i cantautori stavano conquistandosi lo scettro della comunicatività, e per molte bands era subentrato l’obbligo di interagire diversamente con gli ascoltatori: sia nel linguaggio, sia nello stile.

I risultati non si fecero attendere (Città Frontale, Bardi, Cattaneo, Capuano, Ultima Spiaggia) ma, se da un lato il Pop italiano acquisì una maggiore consapevolezza, dall’altro perse definitivamente i suoi connotati originali per entrare in una nuova stagione.

Che piova o che esca il sole, chi è bracciante a San Nicola / con la bottiglia piena di vino / va tutti i giorni a zappare. Campagna … com’è bella la campagna…
…ma è più bella per il figlio del padrone della terra / che ci viene ogni giorno / a divertirsi con gli amici…Campagna … com’è bella la campagna…
Con queste parole iniziava il primo disco omonimo dei Napoli Centrale e chi lo ascoltò all’epoca, capì subito che si trattava di un lavoro rivoluzionario in cui il Prog c’entrava solo marginalmente: testi di forte denuncia sociale, un potente groove jazz rock in cui il sax sostituiva la chitarra solista, prevalenza del piano Fender sulle tastiere, pochi arzigogoli, una sanguigna anima popolare e uno spietato canto in lingua Napoletana che non solo calzava perfettamente al contesto narrativo, ma assurgeva al ruolo di un vero e proprio strumento musicale.

Anticipato dal vendutissimo singolo “Campagna”, l’album includeva sei brani di cui due strumentali, estremamente omogenei e tutti coesi dal medesimo spirito di denuncia. Tra tutte, la dilaniante “Gente a’ Bucciano”.

“Lassù al Nord c’è gente che viene da Bucciano / là dove una volta zappava la terra sputando sangue e salute. /
Ma la fame è più forte dell’amore per la terra / e la gente di Bucciano ha dovuto emigrare al Nord per lavorare nelle fabbriche. /
Là sputa lo stesso sangue e salute e in più, / si sente fottuta.
E’ un linguaggio diretto, quasi cantautorale, degno della penna di un Finardi o di un Bennato, ma reso ancor più affascinante da un sound forte e asciutto che riusciva a restituire problematiche e sensazioni nella più diretta e comprensibile delle maniere : il dramma dell’emigrazione (“Gente e’ Bucciano”), i quadri urbani di “Vico Primo Parise n°8”, la mestizia di una società alla deriva (“Viecchie, mugliere, muorte e criaturi”) e una feroce satira del potere (“O lupo s’ha mangiato a’ pecurella”).

Musicalmente, i fiati e la voce di James Senese si alternano su un tappeto elettrico intessuto dal Rhodes di Mark Harris, su cui il bassista Tony Walmsley e il batterista Franco del Prete modellano una complessa struttura ritmica, pur senza risultare mai invasivi.

Il Prog non lo si riscontra quasi più: solo in certe sfumature probabilmente sopravvissuti nel Dna di Harris e di Senese, o comunque dall’appartenenza alla città di Napoli, che ne fu una delle culle più importanti.
L’evaporazione dei vecchi canoni però, era evidente nel dominio di un linguaggio sonoro che dal ’75 in poi, avrebbe contraddistinto tutto il nuovo Pop italiano.
“Napoli Centrale” fu insomma uno degli album seminali della seconda generazione del Prog, esattamente come lo fu Palepoli per la prima.

fonte:http://classikrock.blogspot.it


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